consigli sulla buona educazione al lavoro

Il mondo del lavoro è cambiato. È forse la frase che sento dire più spesso, ultimamente. E sono d’accordo, ma probabilmente per ragioni differenti da quelle che forse vi state immaginando. Il mondo del lavoro è cambiato in peggio, perché è scomparsa la buona educazione. Forse questa tendenza corrisponde anche a un cambiamento della società, ma mi limito a parlare di ciò che conosco bene e vivo ogni giorno. Di quelle situazioni imbarazzanti che bisognerebbe evitare, tenendo conto della professionalità, della posizione, dei contesti entro i quali esse avvengono.

Nome giusto, titolo giusto

Il dottor, ingegner, dottoressa, professore… titoli a caso. Letteralmente. Sembra incredibile, ma ancora, in eventi e situazioni formali, chi presenta sbaglia il nome, il cognome o il titolo di un relatore. Eppure ci vuole un secondo, basta cercare su Google. L’ideale è chiedere direttamente al relatore come preferisce essere presentato. Facile, immediato, e ci evita un brutto inizio. Mi è capitato recentemente che allo stesso evento ci fossero due ospiti con lo stesso cognome. Troppo difficile ripetere ogni volta nome e cognome insieme, per evitare confusione? 

Baci dagli sconosciuti

Forse sto per dire una verità ignota ai più: non è obbligatorio baciarsi sempre. Ovunque. Anche tra persone che non si conoscono e mai più si vedranno. Faccio una presentazione formale a un possibile cliente e alla fine gli porgo la mano: lui non la stringe mi bacia come se fosse un mio amico, e lo fa con tutte le persone del team. Mah. Chissà se poi firmerà il contratto? 

I “fantasmi” che popolano le riunioni

Entri in una sala riunioni, otto persone sedute a un tavolo. Ne conosci a malapena quattro, che ti salutano cordialmente. Inizi a lavorare. Nessuno ti presenta gli altri quattro, ma tanto non serve, non parlano. Sorridono fino alla fine della riunione. Saranno veri dipendenti o solo fantasmi? Ho fatto riunioni in un’azienda per mesi, alcune persone hanno sempre assistito ma non ho mai sentito la loro voce. Anche il silenzio è un costo per l’azienda, o no?

Per parlare, bisogna saper parlare

Ma non è sempre ovvio. Certi relatori sono belli, nei loro completi grigi o blu. Cravatte e occhiali di marca, a volte qualche barba curatissima. Donne impeccabili nell’abito e nella manicure, scarpe costose e borse pure. Appena aprono bocca però tutto cambia. Balbettano, si ripetono, si perdono in ragionamenti labirintici. E tu guardi l’ora, il cellulare, ma ti dispiace per quello strazio. Per questi disperati del microfono, che ripetono avverbi incessantemente evidentemente veramente. Fate un favore a voi stessi: imparate a parlare, o in pubblico tacete. Vi ameremo di più.

Dite sempre grazie, ma…

È una variante di: hai salutato la signora? Hai detto per favore? (so che le mamme capiranno). Credetemi: bisogna sempre ringraziare. Dite grazie tante volte, sorridete. Grazie a chi ha fatto un buon lavoro, a chi ti ha aiutato, a chi magari l’ha fatto senza neanche farsi pagare, a chi ti ha suggerito a un cliente, a chi ti apprezza e anche a chi non ce la può fare. Tanto lo capisci subito che non ce la può fare, e allora, che ti costa?

Però c’è una cosa proprio non si fa, non si può fare: non dite “salve”, per favore. Prendete una decisione, e andate fino in fondo: buongiorno, ciao, salute a te straniero, servo vostro… tutto è meglio del perfido salve.

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