Due parole per presentarmi

È bellissimo anche se non riesco a definirlo con esattezza. Ed è davvero un paradosso, a pensarci bene.

Comunicare significa affiancare persone e organizzazioni che devono comunicare messaggi importanti o che vogliono migliorare il loro posizionamento, la reputazione, presentarsi nel modo più adatto a raggiungere degli obiettivi. Aiutare a costruire racconti, studiare e insegnare, progettare e realizzare iniziative editoriali, eventi, concept creativi.

Ma alla fine, fatico a trovare una definizione sintetica di quello che faccio e che sono. Non riesco a fare per me quello che faccio per gli altri. Ho sempre invidiato chi poteva dire “sono un medico, un architetto, un panettiere”. Chiaro. Conciso. Senza perifrasi.

Per alcuni, sono una consulente. Serve a spiegare il tipo di rapporto con l’azienda. Ma in realtà non è così. L’etichetta di “consulente” è insidiosa, perché ciascuno vi proietta un’esperienza diversa: quella di una grande società di consulenza, oppure di persone uscite dal mondo del lavoro e “rientrate”, oppure qualcuno cui bisogna dare una posizione per ragioni varie, non sempre di natura strettamente professionale.

A me è chiaro, non sono una consulente. Sono una professionista che – insieme ad altri professionisti o team – sviluppa iniziative diverse, da piccole a grandi, in tempi brevi o lunghi a seconda delle necessità. A volte “entriamo” nelle aziende in modo profondo e trasversale, altre volte collaboriamo per iniziative specifiche e puntuali.

E questo è un lavoro intellettuale. Prometto che non dirò mai a nessuno “mi occupo di comunicazione”. Un lavoro complesso, che cambia in continuazione, più velocemente dell’ecosistema in cui si inserisce.

La cosa più facile da fare, per uscire dal problema della definizione precisa, è spiegare chi sono attraverso le cose che faccio. Attraverso la fiducia dei clienti, che poi diventa un passaparola. Attraverso rapporti di collaborazione di lunga durata. Se un cliente ti chiama spesso, o collabori con la stessa azienda per molto tempo, di solito è perché apprezza il tuo lavoro. E non c’è migliore referenza di questa.

Oggi, dopo molti anni, ho la sensazione di avere trovato un metodo che funziona, in organizzazioni e settori molto diversi. E anche la consapevolezza che per ogni organizzazione, ogni progetto, sia necessario cominciare da zero, dalla “tabula rasa”, e studiare, progettare, osservare, costruire relazioni ogni volta diverse e adatte al contesto.

Non ho mai vissuto due volte la stessa storia. Ecco perché il mio lavoro, comunicare, è bellissimo. E anche se non ha una definizione semplice, non lo cambierei.

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